sabato 13 settembre 2014

Tavole Palatine...serali!!!

Di solito a Ferragosto si è soliti organizzare serate in spiaggia o, magari, si esce per andare a ballare.
Ma noi, anticonformisti per natura, quest'anno abbiamo fatto qualcosa di davvero inusuale! Trovandoci in quei giorni nei pressi di Metaponto, dopo una passeggiata alquanto noiosa per il lungomare della città, giunta mezzanotte eravamo ormai sulla strada del ritorno. Ad un tratto l'illuminazione: perché non provare a visitare le Tavole Palatine?

Tavole Palatine, panoramica Diurna

Non sapendo se fossero previsti orari di apertura serali, decidiamo di fare una deviazione. All'inizio, non vedendole all'orizzonte, stavamo per lasciar perdere; quand'ecco che, come per magia, le vediamo in lontananza, ben visibili percorrendo la Statale 106, da Metaponto in direzione Taranto e ben segnalate da cartelli stradali. Rimaneva il dubbio: erano o non aperte a quell'ora?
Non potevamo credere ai nostri occhi quando, appena arrivati, abbiamo notato che il cancello del sito era spalancato! La piacevole sorpresa ci ha lasciato un po' di amarezza: oltre all'Antiquarium, ormai da sempre vuoto ed abbandonato, il sito è evidentemente sprovvisto di sorveglianza, sia di giorno che di notte. La visita è sì gratuita, ma non prevede alcuna guida. Ci sono alcuni cartelloni esplicativi, ma di notte non sono illuminati.

Visuale dal cancello d'ingresso

Con il flash del cellulare abbiamo percorso il viottolo di ingresso, con timore ed orecchio attento a qualsiasi tipo di rumore: in fondo eravamo pur sempre i soli ad essere lì. Ma la tensione iniziale ben presto è svanita come per incanto, lasciando il posto al brivido della meraviglia: ecco apparire davanti ai nostri occhi le 15 colonne (delle 32 originarie) di questo tempio dorico del VI secolo a.C. dedicato ad Hera. Avevamo già visitato il tempio di giorno, ma vedere le colonne illuminate dai fari sotto un bellissimo cielo stellato è stato a dir poco spettacolare...

Tavole Palatine






In quanto al nome, per chi non lo sapesse, un'antica leggenda narra che questo tempio fu costruito da una stirpe di semidei che, tra gloriose imprese, sotto il colonnato erano soliti consumare abbondanti pasti su grosse tavole. Ma in quel momento non ci importava del nome, delle leggende, della storia: siamo rimasti a guardare quelle maestose colonne pensando che, potendo parlare, ne avrebbero avute di storie da raccontare. In fondo sono lì da sempre, come il cielo stellato che le sovrasta... 
Cercando di immortalare la bellezza del sito abbiamo scattato qualche foto, ma l'obiettivo fotografico non può far trapelare i particolari né, soprattutto, le emozioni da noi provate stando lì sul posto. Ed è così che una serata noiosa si è tramutata in un bellissimo modo di trascorrere la notte più lunga dell'Estate.

Panoramica Notturna


venerdì 2 maggio 2014

Terme libere di Bagni San Filippo: il Fosso Bianco e la “Balena Bianca”

Bagni San Filippo, Fosso Bianco

Per le dimensioni e per il numero di residenti (pare se ne contassero una settantina nel 2001) Bagni San Filippo può essere definito come un aggregato di case piuttosto che come un vero e proprio paese: da un punto di vista amministrativo, d'altronde, è una frazione del Comune di Castiglione d'Orcia.
Siamo in Toscana, in Provincia di Siena. Non molto lontano da qui c’è il Monte Amiata, un antico vulcano ormai spento che domina i panorami dell’area circostante, svettando nel paesaggio collinare contiguo interamente coperto da boschi che ancora danno l’idea di una natura incontaminata. Seppur inattivo il vulcano è ancora il principale protagonista sul palcoscenico allestito dalla natura circostante, dando luogo ad incredibili fenomeni di vulcanismo secondario che qui si manifestano sotto forma di sorgenti termali.
Già abbiamo avuto modo di parlare delle Terme di Saturnia (se vi fosse sfuggito, leggete qui) che si trovano a circa 55 chilometri di strada da qui. Come a Saturnia, anche a Bagni San Filippo non ci si va per caso. Il paesello è piuttosto fuorimano e, complice anche l’altitudine (524 metri sul livello del mare), lo si raggiunge inerpicandosi su piccole strade non proprio facili da percorrere.
Noi, in verità, questa meta ce la siamo dovuta davvero sudare!
Partiti da Saturnia alle 17 circa, ci affidiamo al Tom Tom, il nostro utile quanto infimo compagno di avventure: la destinazione è in Via del Fosso Bianco, la meta è alle coordinate GPS 42.929062, 11.703165. La giornata non è delle migliori ed anzi, appena partiti, ha inizio un temporale non molto copioso ma persistente che ci accompagna per quasi tutto il tragitto. La strada è tutta un programma: salite, tornanti, curve, discese, tratti non asfaltati in un ambiente dove la natura la fa da padrona, come ci ricordano alcuni restringimenti improvvisi della carreggiata dovuti a frane che si sono verificate forse qualche settimana prima. Il panorama è splendido, almeno alla partenza: dopo mezz’ora in quelle condizioni di guida la tensione si fa sentire, perché piove e non si vede anima viva. L’approdo a Bagni San Filippo, quindi, dopo quasi un’ora e mezza di viaggio su quella specie di mulattiera è davvero una liberazione.
Cosa troverete una volta arrivati?
Premesso che si parcheggia al margine della strada in stalli completamente gratuiti, come a Saturnia anche a Bagni San Filippo c’è la possibilità di optare tra uno stabilimento termale privato (e quindi a pagamento) ed un sistema di terme gratuite all’aperto. L’acqua che alimenta le due terme è la stessa, ovviamente ciò che cambia sono le comodità a disposizione dell’utenza. Noi siamo per le terme gratuite.
Seguendo il cartello “Fosso Bianco” si imbocca un sentiero percorribile a piedi, e dopo circa 30 metri si incontra un’area picnic già attrezzata con tavoli, sedie e brace. Dopo altri 20-30 metri si incontra una prima parete bianca di calcare ai cui piedi scorre un ruscello. Saltellando di pietra in pietra, attraversate il ruscello e proseguite per il sentiero, seguendo la staccionata di legno. Orientandovi tra gli alberi, dopo circa cento metri di sentiero un po’ sconnesso e talvolta fangoso sarete arrivati: lì, nel suo candore, incontrerete la maestosa “Balena Bianca”. Guardando le immagini capirete il perché del soprannome: l’insieme di stalattiti formatesi in alto sembra richiamare alla bocca di una balena, bianca per l’abbondanza di bicarbonato di calcio (oltre ad altri gas e minerali) disciolto nelle calde acque che la bagnano.

Bagni San FIlippo: il bosco visto dall'alto della rupe da cui si solleva il vapore
Bagni di San Filippo: il Fosso Bianco, particolare delle pozze celesti di acqua termale 
Bagni San Filippo: la "bocca" della Balena Bianca

Armati di borsone, con costumi, accappatoi e scarpette da scoglio al seguito, ci cambiamo all’aperto in pochi minuti: non aspettatevi un bagno o una cabina che funga da spogliatoio, tanto organizzandovi a dovere e accettando qualche compromesso non ne avrete bisogno. Ha inizio quindi la scalata della rupe su cui scende, come un velo, acqua bollente proveniente dalla sommità: qualche mano previdente ha scavato piccoli gradini che facilitano la salita, ostacolata piuttosto dalla forte tentazione di immergersi in una delle vasche colme di acqua termale scavate nella roccia viva.
Avendo provato nella stessa giornata entrambe le terme, possiamo dire con certezza che qui l’acqua è ancor più calda che non a Saturnia! Almeno all'inizio, riuscire ad immergersi nelle vaschette di acqua celeste e bollente alle sette di sera di un giorno di metà aprile - per giunta dopo un prolungato temporale - è stato quasi impossibile: si aveva il bisogno concreto di riemergere per farsi raffreddare dalle folate leggere di vento provenienti dal bosco prospiciente.
L’acqua è sulfurea e nell'aria l'odore si sente. Ma è anche molto ricca di bicarbonati, tanto che una volta asciutti sarete ricoperti da una sottile patina simile ad un “sale”, se questo può aiutarvi a rendere l’idea. Il brusco salto termico tra l’ammasso bianco velato da acque bollenti e l’atmosfera circostante dà luogo a nuvole di vapore che, fumanti, si allontanano dalla rupe candida come la neve.
Ed è così che all’imbrunire, quasi completamente soli, ci ritroviamo a fare il bagno in un bosco, sul dorso di una “Balena Bianca” piovuta da chissà dove in quel remoto angolo incontaminato di Toscana. Lontanissimi da casa, ma felicissimi di esserlo. Grazie anche a quell'infimo ma utilissimo Tom Tom…     

Bagni San Filippo, le nuvole di vapore
Bagni San Filippo, la "bocca" della Balena Bianca
Bagni San Filippo, vasche di acqua termale
Bagni San Filippo, relax all'imbrunire...


sabato 26 aprile 2014

Terme di Saturnia, le "Cascate del Mulino".

Terme di Saturnia, Cascate del Mulino

Le abbiamo scoperte per caso, da un “Mi piace” messo su Facebook da qualche nostro conoscente ad una foto trovata sul Web, che all'inizio sembrava poco credibile, davvero troppo perfetta, praticamente una cartolina. Dopo averle visitate di persona, oggi con gran meraviglia dobbiamo ammettere che la foto non era affatto ritoccata: il posto c'è e dal vivo è ancor meglio di quel paradiso incantevole che già di per sé appare in foto.
Facendo alcune ricerche su internet sembra che la località “Cascate del Mulino” sia alquanto rinomata, anche se dobbiamo confessare che non è proprio di strada rispetto agli itinerari convenzionali della Toscana. Se dopo questa recensione qualcuno deciderà di raggiungerla, sappia che molto probabilmente avrà a che fare con strade sconnesse e immerse tra i boschi, con curve tortuose e diversi saliscendi, animate di rado da qualche gregge di pecore al pascolo immerse nel rilassante panorama bucolico che caratterizza gran parte della Toscana meridionale. 

Terme di Saturnia, Cascate del Mulino

La località “Cascate del Mulino” è a circa tre chilometri a sud di Saturnia, una frazione del Comune di Manciano situata nell'entroterra della Maremma grossetana. Per chi volesse raggiungerla le coordinate GPS da inserire nel navigatore sono le seguenti: 42.648120, 11.512117.
Ma di cosa si tratta? Saturnia sin dai tempi degli Etruschi e dei Romani è rinomata per la presenza di acque sorgive termali. Un’antica leggenda racconta che queste acque sono nate per mano di Giove dopo che quest’ultimo, in occasione di un diverbio, preso dall'ira scagliò contro Saturno un fulmine, mancandolo: nel punto esatto dove cadde il fulmine nacquero le sorgenti termali. 
Leggenda a parte, poco lontano da Saturnia si erge il Monte Amiata, un vulcano ormai spento: pare che nei pressi di Saturnia anticamente fosse presente un cratere vulcanico, oggi inattivo ma che tuttavia ancora manifesta fenomeni di vulcanismo secondario. L’acqua di falda, infatti, scorrendo lentamente nel sottosuolo locale risente delle temperature ancora elevate delle rocce vulcaniche in profondità, riaffiorando in superficie profondamente mutata ed arricchita sia in gas (anidride carbonica ed idrogeno solforato) che in sali minerali (bicarbonato, calcio, magnesio, solfati). La sorgente, da cui sgorga l’acqua alla temperatura di 37.5 °C, alimenta sia un rinomato complesso termale privato costruito su di essa che un ruscello; quest'ultimo, dopo qualche centinaio di metri di percorso tra i canneti, precipita in un gioco di cascatelle e vasche naturali in prossimità di un antico mulino: eccovi spiegato il nome della località, “Cascate del Mulino”.

Le Cascate del Mulino viste dalla S.P.10

Venendo da sud lungo la S.P.10, poco prima di arrivare a destinazione si intravede dall'alto della strada il mulino e le cascatelle tanto agognate (dopo un'ora e mezza di macchina, fate un po' voi!). Percorriamo le poche curve che ci separano dalla meta in breve tempo ed imbocchiamo la strada che porta al mulino. Già qui cominciamo a scorgere le auto in sosta su strisce bianche, mentre di fronte ci ritroviamo un bar/ristorante, l’unico presente in zona. Desiderosi di scendere dall'auto, sulla destra entriamo in un grande parcheggio gratuito in cui lasciare comodamente l’auto. Il mulino è lì, alla sinistra del bar, da cui proviene il fragoroso scroscio delle acque che scendono lungo le cascatelle.
L’accesso alle Cascate del Mulino delle Terme di Saturnia è GRATUITO: non si paga nessun biglietto e non si paga il parcheggio. Per questa ragione (ovviamente) non troverete servizi igienici né uno spogliatoio in cui mettervi in costume: tutti si cambiano in auto, la cosa vi sembrerà naturale.

Alcuni preziosi consigli che nascono dalla nostra personale esperienza: 
  • noi ci siamo organizzati indossando già prima di arrivare a destinazione il costume;
  • dovendo muovervi sulle rocce da una vasca all'altra, sarebbe opportuno munirvi di scarpette antiscivolo (le scarpette da scoglio, per intenderci);
  • per andare dall’auto alle cascate e viceversa munitevi di accappatoio: se non ci andrete in estate sarà l’unico momento in cui potreste sentire freddo. Noi ci siamo stati ad aprile in una giornata nuvolosa a tratti piovosa, ma in acqua si stava divinamente, e da quel che ci hanno detto lì la gente fa il bagno pure di notte o durante il periodo invernale, quando certamente l’affluenza sarà minore;
  • portate con voi un piccolo borsone da piscina, in cui lasciare accappatoi e quantomeno le chiavi dell’auto: telefonini e portafogli sarà meglio lasciarli in auto, perché il borsone rimarrà sulla riva;
  • per scattare foto vi consigliamo una macchinetta resistente all'acqua anche se, una volta fuori, sarà meglio lavarla ed asciugarla a dovere per la presenza dei tanti sali minerali;
  • una volta conclusa la giornata portate un cambio comodo da indossare in auto, ricordando che la pelle sarà in parte coperta da un sottile velo di sali minerali: non stupitevi perciò se vi porterete dietro una leggera puzza di zolfo, è normale.  
E ricordate: state facendo il bagno a diretto contatto con la natura, in piscinette con acqua sorgiva ad una temperatura di quasi 38 °C e…totalmente GRATIS! Rinunciare a qualche piccolissima comodità è un prezzo irrisorio da pagare in cambio di un’esperienza bellissima come questa! Buona scoperta, ma nell'attesa diteci se questo articolo vi è piaciuto!

Terme di Saturnia, Cascate del Mulino viste dalle vasche

Terme di Saturnia, Cascate del Mulino viste dalla riva

martedì 8 aprile 2014

Cripta del Peccato Originale, Matera

Come sicuramente avrete notato leggendo qualcuno dei nostri post, noi due siamo amanti dei monumenti "fuori mano", di mete spesso difficili da raggiungere che proprio per questo hanno un fascino maggiore una volta raggiunte. La Cripta del peccato Originale è stata una piacevolissima scoperta in un caldo e sonnecchiante pomeriggio di giugno dello scorso anno, di ritorno da un rilassante meriggio dalla Diga di San Giuliano situata a pochi km di distanza da Matera. 

La Diga di San Giuliano

Telefonando al numero del sito ufficiale dell'attrazione abbiamo prenotato una visita. Il prezzo del biglietto è di 8 euro: potrà sembrarvi alquanto "caro", ma un giudizio definitivo in tal senso si può dare solo dopo aver visitato il posto di persona. E a nostro avviso sono soldi ben spesi!
Dal momento che la Cripta è in aperta campagna, l'appuntamento con il responsabile della struttura ci è stato fissato presso un distributore di benzina Q8 (attuale GrifoGas) sulla SS7 in direzione di Potenza, a circa una decina di km da Matera, poco distante dalla Diga di San Giuliano. 

Il distributore in cui si incontra la guida
Dopo qualche minuto di attesa (pochi alla volta arrivavano altri turisti come noi) finalmente siamo partiti, ciascuno con la propria autovettura, in direzione della Cripta, formando un trenino di macchine al seguito del furgoncino della guida. La bella giornata ha certamente reso più piacevole l'escursione per i tratturi polverosi che portano alla Cripta, immersa tra i campi di grano dorati che brillavano al sole. 
In pochi minuti siamo arrivati a destinazione e, tra olivi e piante aromatiche, siamo scesi lungo una scalinata ricavata sulla parete della rupe scavata dai corsi d'acqua nel banco calcarenitico affiorante. Sullo sfondo un vecchio ponte metallico abbandonato fa da cornice alla location, lì dimenticato come dimenticata era stata per secoli la grotta che ci stavamo accingendo a visitare.

Il ponte sulla gravina
Di che si tratta? La Cripta del Peccato Originale è una grotta risalente al IX secolo a.C., adibita a chiesa dai monaci basiliani, eremiti che in passato si stanziarono nei dintorni di Matera, circondata da sempre da un territorio ricco di anfratti e cavità naturali sparse tutt'intorno al centro abitato ed internamente allo stesso. Il posto per secoli è caduto nel dimenticatoio, frequentato solamente da qualche pastore errante che, con pecore al seguito, vi dimorava per brevi periodi riparandosi durante la notte o durante le ore più calde della giornata. Riscoperta da alcuni speleologi locali negli Anni Sessanta, solo recentemente è stata sottoposta ad un accurato lavoro di restauro che, grazie anche a dei lavori di messa in sicurezza, le hanno consentito di divenire un bene fruibile per i turisti di passaggio. 
Dopo una breve introduzione la guida ci ha invitati ad entrare, scusandosi per il buio che avremmo trovato ma spiegandoci che almeno inizialmente sarebbe stato meglio accedere nella totale oscurità (benché vi fosse un impianto di illuminazione) per rendere così più d'effetto la scoperta della grotta. Procedendo per qualche metro nella penombra, ci ha fatto accomodare sul pavimento scosceso in roccia affiorante ed è partita la spiegazione registrata. La visita è stata meravigliosa: un sapiente gioco di luci illumina un enorme affresco realizzato su due delle pareti di fondo dell'ambiente, con scene bibliche dell'Antico Testamento, figure angeliche e vari santi. Non a caso da più fonti la Cripta del Peccato Originale viene definita la "Cappella Sistina dell'arte rupestre". La visita è stata emozionante, ed il silenzio degli altri spettatori evidentemente confermava lo stupore provato dai presenti dinanzi a tanta bellezza. Ancora oggi abbiamo negli occhi il colore di quei fiori, probabilmente papaveri, affrescati dappertutto sulle pareti della chiesa, realizzati da un ignoto pittore il cui nome è andato perduto nella notte dei tempi. 
L'unico rammarico è stato quello di non aver potuto scattare foto, per espresso divieto dell'accompagnatore, ma ci è stato detto che avremmo trovato le immagini sul sito ufficiale. A completamento della recensione ne riportiamo alcune, che troverete presso il sito ufficiale dell'attrazione. Anche se sono solo immagini, speriamo che vi rendiate conto della splendida scoperta che abbiamo fatto, anche questa volta... 
Se proprio non riuscite a raggiungere il posto, eccovi un link che vi consentirà una visita virtuale della Cripta.
Dal vivo, però, è tutta un'altra cosa...

Una visione d'insieme della Cripta.
Un particolare della parete di fondo: da sinistra a destra sono raffigurate le tappe più importanti del libro della Genesi. A sinistra c'è la creazione della Luce (raffigurata dalla figura umana a braccia alzate). Subito accanto c'è la creazione della Notte. Al centro, purtroppo poco leggibile a seguito di un distacco, c'è la creazione dell'uomo a cui segue, verso destra, la creazione della donna dalla costola dell'uomo. Sulla destra, infine, l'albero avvolto dal serpente con Adamo ed Eva che mangiano il frutto proibito dando luogo al Peccato Originale e alla conseguente cacciata dal Paradiso.
Modalità in cui avviene la visita.
Santi Pietro (al centro), Andrea (a sinistra) e Giovanni (a destra). 
Madonna col bambino.
Gli Arcangeli Michele (al centro), Gabriele (a sinistra) e Raffaele (a destra).

venerdì 4 aprile 2014

Ipogeo dei Volumni, Perugia

Dopo una mattinata trascorsa nel centro di Perugia, prima di intraprendere il lungo viaggio di ritorno a casa, decidiamo di visitare l'Ipogeo dei Volumni, concludendo in bellezza il piacevole soggiorno di tre giorni in suolo umbro. 
Pur sapendo che sarebbe stato fuori dal centro abitato di Perugia (in via Asissana, 53)  non avremmo mai immaginato che sarebbe stato un posto così complicato da raggiungere: certo, contare su un navigatore non aggiornato da più di tre anni effettivamente non giocava a nostro favore, ma non ci aspettavamo addirittura di dover percorrere un tratturo sterrato e fangoso tra le campagne umbre. Ad ogni modo, tornati sulla strada asfaltata, dopo aver raggiunto la località PONTE SAN GIOVANNI (una frazione di Perugia) l'Ipogeo ci si è materializzato davanti improvvisamente, al punto che non l'avevamo quasi notato. La struttura, infatti, sorge in una posizione poco felice, al di sotto di un ponte (il raccordo autostradale Bettolle-Perugia) e a ridosso di un passaggio a livello ubicato in piena curva. Il parcheggio (gratuito ma non custodito) si trova a circa 100 mt dall'ingresso, perciò una volta lasciata l'auto bisogna tornare a piedi in direzione del passaggio a livello. Non essendoci indicazioni specifiche ci pare doverosa questa precisazione, visto che dal parcheggio si ha l'impressione di dover seguire un percorso in realtà non presente.

Ipogeo dei Volumni, orari di ingresso.
All'ora del nostro arrivo (erano circa le 14.00) l'Ipogeo sembrava chiuso. In effetti, stando al cartello degli orari di ingresso (per gli orari si veda l'immagine) avremmo dovuto attendere le 15.30 per la riapertura pomeridiana. Ciononostante suonando ad un campanello ci è stato prontamente consentito l'accesso senza problemi, cosa a noi alquanto gradita visto che altrimenti avremmo dovuto attendere un'ora e mezza sotto quel cavalcavia, ritardando in tal modo il ritorno a casa. 
Una volta entrati, sulla vostra sinistra, è presente una lunga gradinata su cui sono disposte (o, meglio, accatastate) numerose urne funerarie in pietra rinvenute nell'area archeologica esterna alla struttura. L'impatto visivo è inizialmente piacevole, suscitando l'impressione di un'ampia varietà di elementi l'uno diverso dall'altro adiacente; tuttavia l'infelice disposizione impedisce di cogliere tutti i particolari delle singole opere d'arte che si hanno davanti, rendendo poca giustizia a capolavori che, presi singolarmente, probabilmente meriterebbero di occupare un'intera teca di un museo. 

Le urne sulla sinistra 
Fatto il biglietto (che intero costa 3 euro), si scende all'interno della principale attrazione, l'Ipogeo. Si tratta di un sepolcro di epoca etrusca (II secolo a. C.) appartenuto alla ricca famiglia etrusca dei Velimna e rinvenuto casualmente da un contadino nella prima metà dell'Ottocento. 
L'Ipogeo, costituito da 10 camere, riproduce una costruzione simile ad una casa tipica dell'epoca, come a voler accogliere i resti dei defunti in un ambiente che ricordasse loro i luoghi in cui avevano vissuto. Lo scavo si sviluppa al di sotto della gradinata su cui sono assiepate le urne cinerarie, preceduto da una lunga scalinata all'inizio della quale sono disposte due sculture di richiamo fallico. Conclusa la discesa si apre una porta in plexiglass e si varca la soglia del sepolcro. Una volta entrati la luce cambia repentinamente: fuori una luminosità a tratti accecante, dentro una penombra piacevolissima, capace di incutere una sensazione di quiete e di rispetto per il luogo che si sta visitando. 
Abituati gli occhi alla fioca e calda luce sotterranea ci si trova in un largo corridoio, scavato interamente nella roccia come tutto l'Ipogeo. Sui lati del corridoio, avente una pianta a "T", si aprono quattro ambienti indipendenti, due per ogni lato, mentre sul fondo della "T" oltre ad una splendida sala visibile già dall'ingresso, si aprono altre due celle, una a destra e l'altra a sinistra della sala centrale. Il soffitto del corridoio è scolpito e ricorda il tetto a due spioventi di un'abitazione, con trave centrale e travetti diagonali: impossibile non scorgere le evidenti somiglianze con l'Ipogeo Monterisi Rossignoli di Canosa di Puglia, benché i due ipogei sorgano a centinaia di chilometri di distanza e siano stati eseguiti da culture differenti in epoche storiche differenti. 
Passando da un ambiente all'altro non passano inosservati i molteplici particolari scolpiti o collocati qua e là sulle pareti o sui soffitti nell'Ipogeo: bassorilievi di volatili e scudi, teste di serpenti in terracotta rossa (sono delle ricostruzioni), scritture parietali, bassorilievi di teste antropomorfe e motivi floreali.

Il dromos di accesso
Colonnine falliche
La porta di accesso allo scavo sullo sfondo la camera principale
La camera principale
Iscrizione parietale

Serpente in terracotta rossa (riproduzione)

Testa scolpita su una volta

I sarcofagi nella sala principale dell'Ipogeo dei Volumni
Conclusa la visita all'ambiente sotterraneo si risale la scalinata di accesso e si prosegue all'esterno della struttura, in un ampio parco allestito al di sotto del cavalcavia. Il parco ospita una necropoli con decine di tombe e cunicoli entro cui sono state rinvenute le urne viste all'ingresso, tombe di importanza oggettivamente trascurabile rispetto alla grandiosità della tomba visitata in precedenza. Un sentiero nel parco porta, infine, ad un piccolo antiquarium, entro cui sono ospitati alcuni reperti etruschi rinvenuti qua e là nella necropoli. 
Se siete nei pressi di Perugia consigliamo una visita all'Ipogeo dei Volumni. Un buon modo per trascorrere un rilassante pomeriggio all'insegna della cultura...

Un'urna nell'antiquarium
Reperti vari rinvenuti nelle tombe del parco archeologico
Il parco archeologico 

venerdì 10 gennaio 2014

Pozzo di San Patrizio, Orvieto

La vera impresa quando andate ad Orvieto è...riuscire a raggiungerla. La città sorge su una rupe e questa configurazione geografica, associata alla politica amministrativa locale - a nostro avviso condivisibilissima - di realizzare un centro storico a misura di pedone (con l'introduzione di Zone a Traffico Limitato e parcheggi spesso destinati ai residenti), rende oggettivamente difficoltoso se non quasi impossibile l'accesso alla cittadella. 
Dopo un'attenta ricerca sul Web sulla disponibilità dei parcheggi e dopo esserci procurati una una mappa del centro storico, noi abbiamo optato per il parcheggio "Campo della Fiera" che, oltre ad essere custodito, dispone di ben 620 posti auto e grazie ad un sistema di ascensori e scale mobili ci ha permesso di arrivare in pochi secondi a breve distanza dalle principali mete di interesse del centro storico (nella mappa il parcheggio è quello in basso a destra). Solo un'attrazione ha reso "infelice" la nostra scelta, dal momento che si trova agli antipodi del parcheggio suddetto: il Pozzo di San Patrizio, appunto.
Il Pozzo si trova nei pressi del punto di arrivo (o di partenza, dipende dai punti di vista) della funicolare, in Piazza Cahen, esattamente sulla sinistra della stazione, ben segnalato da un cartello giallo impossibile da non notare.

Il cartello di segnalazione. In fondo al viale c'è il pozzo.
  
L'accesso con, all'interno, la biglietteria
Imboccato il viale per il pozzo, si raggiunge un piazzale con una terrazza panoramica e, al centro del piazzale, una struttura cilindrica che funge da accesso e biglietteria. Il costo del biglietto per il Pozzo di San Patrizio è di 5,00 euro a persona (ma sono previste riduzioni). Onestamente ci è parso un prezzo eccessivo, sia per quello che c'è da vedere all'interno (non molto in realtà) sia in relazione al fatto che il Duomo di Orvieto, decisamente un capolavoro che richiede una visita più lunga e più attenta, prevede un biglietto di accesso base di soli 3 euro.
Ma di cosa si tratta? Il Pozzo di San Patrizio è letteralmente un pozzo, fatto costruire nel Cinquecento da Papa Clemente VII che, reduce da un assedio subito a Roma, rifugiatosi ad Orvieto sentiva la necessità di disporre di un'opera in grado di garantirgli un approvvigionamento idrico in situazioni analoghe a quelle vissute nella Capitale. L'opera è un capolavoro ingegneristico: costruita da Antonio da Sangallo il Giovane in ben dieci anni, è profonda 53 metri ed è famosa soprattutto per la presenza di due scale elicoidali, una destinata alla discesa, l'altra alla risalita, lungo le quali all'epoca scendevano e salivano senza mai incrociarsi i muli impiegati per il trasporto dell'acqua prelevata dal fondo del pozzo.
Esautorata di ogni utilità civile, oggi l'opera è diventata solamente un'attrazione per turisti che, talvolta impegnati a contare i gradini della rampa di discesa o di risalita (pare da alcune fonti che siano 248 anche se sul Web ognuno "spara" numeri diversi), dimenticano di aver pagato un biglietto decisamente sovrastimato in relazione alla qualità estetica del bene che stanno visitando. Per dirne una: in una Orvieto pienza zeppa di presepi nel periodo natalizio, nessuno ha pensato di allestirne uno nella vasca posta sul fondo del pozzo.
L'accesso al sito è sconsigliato ai claustrofobici o ai cardiopatici (c'è pure un cartello che lo dice) e in generale l'umidità regna sovrana: quindi lasciate perdere tacchi, scarpe in suola o sarpe ginniche scivolose sul bagnato, rischierete una caduta già in fase di discesa. Non dimenticate, inoltre, che dopo la discesa vi toccherà una salita alquanto impegnativa, specialmente se siete poco avvezzi all'attività fisica. A nostro avviso il percorso non è nemmeno tanto sicuro: se è vero che per scongiurare scivoloni è previsto un passamano, sappiate che quello sarà l'unico strumento che vi "assisterà" durante il tragitto! Dato che l'illuminazione è scarsa (altra pecca non trascurabile), non avrebbe guastato segnalare le pedate dei gradini con nastri colorati, magari di materiale antiscivolo che avrebbe certamente facilitato la discesa. I bambini poi, teneteli "al guinzaglio": le finestre sulle pareti che si affacciano al pozzo non hanno alcuna ringhiera e, in alcuni punti, non troverete affatto difficile affacciarvi dalle stesse.
Ma allora cosa c'è di buono? Pur essendo appassionati di visite "in sotterraneo" (leggi qui, ad esempio) all'euforia iniziale dopo qualche decina di gradini abbiamo trovato poco entusiasmante la visita nel suo complesso. Una cosa, tuttavia, è garantita: sia l'atmosfera che le foto sono decisamente d'impatto. Eccovene alcune...

Il pozzo visto dall'alto
Le scale lungo la discesa
Il pozzo visto dal fondo
Le finestre lungo la parete interna del pozzo

martedì 31 dicembre 2013

Chiesa di Santa Maria del Buon Consiglio, Bari

Accade così, quasi per caso. Girovagando per i meandri di Bari Vecchia, percorrendo uno stretto vicolo oppure oltrepassando un arco angusto, ti puoi ritrovare sempre difronte a qualcosa di nuovo ed inaspettato.
Ne è un esempio Piazza del Buonconsiglio. Qui si rinvengono i resti di un'antica chiesa del Borgo, collocata quasi nei paraggi del porto, risalente almeno al IX secolo d. C. della quale si sa poco o nulla.

I resti della chiesa

Da alcune notizie reperibili sul Web si apprende che la chiesa, di modeste dimensioni, venne costruita e poi ristrutturata in almeno tre fasi storiche successive. Ciò è desumibile dall'analisi degli unici elementi ancora presenti che, ad eccezione delle nove colonne, sono sopravvissuti all'incedere del tempo: i pavimenti. Questi costituiscono la vera bellezza del rudere, un po' perché non molto altro è rimasto, un po' perché testimoniano quello che doveva essere l'originario aspetto della chiesa ormai sparita.

Interessante è, infine, un episodio storico relativo alla chiesa, narrato dallo storico Antonio Beatillo (Historia di Bari principal città della Puglia, 1637).
Pare che verso la fine dell'Anno Mille, in occasione dei matrimoni, fosse usanza per i parenti stretti della sposa accompagnarla all'altare con un vero e proprio corteo per le vie del centro storico. Per dare maggior lustro al giorno in questione, qualcuno - preso da sciocca vanità - iniziò a far accompagnare la propria figlia da qualche nobile locale: nel tempo questa usanza occasionale venne interpretata dalla classe nobiliare come un vero e proprio diritto irrinunciabile. Dice il Beatillo che "non piacque ciò ìr popolani, e per questo i primi di essi, vedendosi così aggravati, né havendo à chi ricorrere per giustitia, si unirono segretamente nella lor Chiesa, nominata allora la Madonna del Popolo, e stabilirono, che, nel primo sponsulitio da farsi, tenessero in detta Chiesa buon numero di gente armata, la quale, se dagli avversarij fosser lor fatta viole(n)za, uscisse arditamente di là, e ne facesse macello".
Fu così che nel dicembre del 946 d. C., in occasione dell'ennesimo sopruso da parte di un nobile nei riguardi di una sposa, scoppiò una vera e propria sommossa popolare che portò all'uccisione di un gran numero di nobili locali. Da allora l'usanza si estinse e il nome della chiesa passò da Madonna del Popolo a Santa Maria del Buonconsiglio.

Per i più curiosi ecco l'intero stralcio del Beatillo... (Clicca Qui)